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A qualcuno piace Fredda

A qualcuno piace Fredda

"E’ sempre stato creduto che, per ottenere la fusione di due nuclei atomici, fosse necessario spendere una grande quantità di energia". Con la fusione fredda "la natura sembra averci regalato un’interessante possibilità...quella che, per ottenere queste reazioni, occorre un livello di energia di attivazione molto più basso di quanto si poteva immaginare" - prof. Vincenzo Iorio e ing. Domenico Cirillo (ricercatori)

di Paola Marras / foto di Pino Ramos; elaborazione grafica di Aroa Nacar

Sentir parlare ancora, nel XXI secolo, di alambicchi, distillati e trasmutazioni della materia sembra incredibile. Alchimia e alchimisti sembravano oramai far parte di un passato che mai più poteva ritornare, con la nascita della cosidetta chimica moderna e del materialismo razionale.

Ma se la pietra filosofale rimane ancora un sogno, così come la panacea universale, il primo grande obiettivo dell'alchimia, quello di trasmutare il metallo in oro, non sembra più un'utopia.

Due scienziati casertani, infatti, nel 2004 annunciano pubblicamente i risultati di un loro esperimento scientifico battezzato sotto il nome di "Trasmutazione fredda". In poche parole il prof. Vincenzo Iorio e l'ing. Domenico Cirillo cercano di dimostrare che la tanto osteggiata fusione fredda non solo è possibile, ma si può fare anche in casa.

Insomma, voi siete la risposta scientifica dell’alchimia?

"No…tuttavia possiamo solo dire che forse…ma, solo forse, oggi capiamo il loro punto di vista".

In pratica, questi due ricercatori indipendenti, riescono a generare una quantità di energia molto maggiore rispetto a quella utilizzata in entrata. E ci riescono semplicemente con una cella in vetro riempita da una soluzione alcalina di carbonato di potassio (acqua e sale di potassio) in cui vengono immersi due barrette di tungsteno (con la funzione di elettrodi, cioè un conduttore usato per stabilire un contatto elettrico) ai quali è applicato una tensione (corrente elettrica) di poche centinaia di volt.

Il catodo, cioè la barretta di tungsteno connessa al polo negativo del generatore di corrente, comincia a produrre un plasma. Il plasma non è altro che un gas ionizzato (cioè una frazione significativamente grande di elettroni è stata strappata dagli atomi), costituito da elettroni e ioni, anche se la sua carica elettrica totale è nulla. Rispetto ai gas ordinari, i moti complessivi delle particelle del plasma sono dovuti a delle forze a lungo raggio. Per questo, il plasma è considerato il quarto stato della materia, distinguendosi dal solido, dal liquido e dal gassoso. Il plasma è un buon conduttore di elettricità proprio per queste sue cariche elettriche libere.

L'acqua contenuta nella cella comincia, quindi, ad assorbire tutto il calore prodotto, si riscalda sempre di più fino ad evaporare. Tutto questo nel giro di pochissimi secondi.

«L'eccesso di energia fu evidente dall'inizio - racconta Vincenzo Iorio in un intervista rilasciata al mensile Nexus nel 2004 - ...vedere il tungsteno superare i 3.000 gradi centigradi e fondere con soli 200 volt, è qualcosa che farebbe venire i dubbi a chiunque».

Dubbi che si sia creata una reazione termonucleare, meglio conosciuta come fusione fredda. Un ulteriore prova starebbe nel fatto che all'interno di questa cella elettrolitica, precisamente sul catodo, avvengono delle trasmutazioni, spiegabili solo con instabilità neutronica.

Il procedimento, tutto sommato, è relativamente semplice rispetto a ciò che produce. Prima di tutto bisogna tener presente che il catodo è circondato dagli ioni di potassio della soluzione elettrolitica, creando un armatura positiva che produce un condensatore elettrochimico. Il condensatore produrrà un campo elettrico molto alto che non solo innescherà le prime fasi del plasma, ma avrà un effetto catalizzante.

Il plasma produrrà a sua volta un flusso di ioni di idrogeno (protoni), molto concentrati soprattutto in una zona particolare del catodo di tungsteno.

Quindi, grazie a questo effetto condensatore e all'enorme numero di elettroni presenti anch'essi nel plasma, succede che a volte qualcuno di questi elettroni invece di unirsi ad un protone per formare un atomo di idrogeno ci sbatte contro, generando un neutrone. Il neutrone penetrerà così nel nucleo di tungsteno, accrescendone il numero di massa e causando la instabilità di tale nucleo, se il processo si ripeterà sempre sullo stesso.

É proprio questa instabilità a causare il fenomeno delle trasmutazioni, poiché si innalzerà il numero atomico del nuclide bersaglio quando poi il neutrone si trasformerà in protone. Il tungsteno diverrà quindi renio, elemento successivo nella tavola periodica. Questo processo si può ripetere anche all'interno del nucleo di renio, trasformando quest'ultimo atomo in osmio. L'osmio invece si trasformerà direttamente in oro, che viene solo dopo l'iridio e il platino (sempre in riferimento alla tavola periodica degli elementi). Ciò può essere spiegato poiché "probabilmente le basse temperature di fusione di questi due nuclidi impediscono il loro accumulo sul catodo il quale, come sappiamo, risulta interessato da eventi termici che superano i 3.000 gradi centigradi", come leggiamo dal sito dei due ricercatori. (2)

Palamitonews ha intervistato il prof. Iorio e l'ing. Cirillo, per cercare di capire meglio questo tipo di scienza che fino a qualche anno fa sarebbe stata tacciata di stregoneria mentre ora si fa solo finta che non esista.

Dal 1990 il vostro gruppo ha cominciato i primi esperimenti sulla fusione fredda, a cavallo dell’annuncio dell’esperimento di Martin Fleischmann e Stanley Pons . Quale è stata la molla che vi ha spinto a replicare l’esperimento?

«Conosciamo personalmente Martin Fleischmann e apprezziamo il fatto che grazie al suo annuncio del 14 marzo del 1989 ci siamo lanciati a capofitto in queste ricerche; ma non e’ stato lui il promotore principale del nostro attuale lavoro. Il merito in realtà va ad uno scienziato giapponese di nome Mizuno che ha pubblicato alcuni anni fa studi su anomale rilevazioni di energia in esperimenti in cui impiegava principalmente acqua semplice. Poiché questi esperimenti utilizzavano economici elettrodi di tungsteno e acqua distillata molto più economica dell’acqua pesante, abbiamo deciso che potevamo essere nelle condizioni di ripetere questo tipo di esperienze. E’ stato infatti, l’economicità dei materiali in uso il fattore chiave che ci ha invogliato ad affrontare questo tipo di cammino».

Avete un passato di studi relativi alla fisica nucleare o siete semplicemente degli appassionati?

«Bisogna definire bene cosa intende con questa domanda. Una passione e’ sempre legata ad uno studio sistematico e approfondito. Altrimenti la passione sfocerebbe in semplice gioco senza approfondimento. Questi studi ci sono stati, e sono stati numerosi e continuativi. Tuttavia, nessuno di noi due è un Fisico nucleare, abbiamo una formazione prettamente tecnico-ingegneristica».

Abbiamo letto che per la vostra ricerca sulla fusione fredda non ricevete nessun finanziamento. Come riuscite quindi a finanziare i vostri esperimenti?

«Come ha visto, prima ho parlato della economicità dei mezzi. Siamo stati solo fortunati fino ad ora. I nostri esperimenti, almeno nella fase attuale, costano così poco, che non presentano grossi problemi».

Potete spiegare in breve, per un profano, in che cosa consiste la fusione fredda?

«E’ sempre stato creduto che, per ottenere la fusione di due nuclei atomici, fosse necessario spendere una grande quantità di energia. Fondere due nuclei atomici significa riuscire in breve ad ottenere un atomo con un nucleo più grande, utilizzando due atomi molto più piccoli. Sui libri di fisica si legge ancora oggi, che per fondere due nuclei occorre un’energia di attivazione molto elevata. Normalmente fornire questa energia può essere tradotto come un fortissimo riscaldamento del materiale nucleare che dobbiamo fondere. Quindi la fusione, accademicamente parlando, è solo calda. Per questa ragione quando i fisici Martin Fleischmann e Stanley Pons dichiararono che in una soluzione elettrolitica con una temperatura poco piu’ elevata di quella ambiente (quindi bassa) fosse stata realizzata la fusione di due nuclei atomici, fu coniato il termine "Fusione Fredda". Tale termine, quindi, allude al fatto che la natura sembra averci regalato un’interessante possibilità e cioè quella che, per ottenere queste reazioni, occorre un livello di energia di attivazione molto più basso di quanto si poteva immaginare».

Ci sono diverse tecniche per generare la fusione fredda? La vostra in che cosa consiste?

«Certamente,… ci sono diverse tecniche per raggiungere la fusione di due nuclei. La nostra tecnica, che poi è quella del professor Mizuno, si serve del tungsteno in ambiente elettrolitico alcalino. Ma, attenzione, non abbiamo ancora la certezza che si verifichi effettivamente fusione fredda nella nostra cella».

Qual’è la differenza con gli altri metodi, per esempio quelli iniziali di Fleischmann e Pons fino ad arrivare al rapporto 41 del gruppo dell’ENEA di Frascati?

«Il nostro metodo, non usando la costosa acqua pesante e il prezioso palladio, sembrerebbe piu’ abbordabile. Inoltre poiche’ misuriamo sistematicamente un eccesso di energia, riteniamo le nostre prove facilmente ripetibili».

Qual’è lo scopo ultimo della vostra ricerca o dei vostri esperimenti? Che cosa contate di ottenere?

«Noi siamo solo degli umili ricercatori..vogliamo solo conoscere le leggi della natura».

Per un profano la fusione fredda pare essere "un elettrolisi ad alto voltaggio", tanto che è "facilissima" da replicare, come dimostrano vari video su internet. Dato che l’elettrolisi è nota fin dal 1800, è possibile che qualcuno negli ultimi 200 anni abbia prodotto fusioni fredde chiamandole in un altro modo?

«Non saprei».

In elettrochimica esiste un fenomeno simile, tanto da indurre la scienza ufficiale a dubitare della fusione fredda?

«Ritenendo di aver compreso il senso della sua domanda le rispondo...certamente no!».

La cartina di tornasole per capire se c’è stata fusione fredda è la fusione di uno dei due elettrodi o il rinvenimento di elementi non presenti nel sistema di partenza?

«Attenzione, chiariamo questo fatto..la fusione dei due elettrodi non vuole assolutamente dire niente. E’ normale che alcuni metalli possano fondere se posti al catodo di una cella che funziona nel modo da noi indicato. Viceversa, il rinvenimento di alcuni elementi nuovi che prima mancavano assolutamente è una buona traccia per ritenere che il fenomeno abbia una qualche confidenza con fenomeni tipo nucleari».

Perché secondo voi la fusione fredda è tanto osteggiata a livello scientifico? Che cosa non convince i critici e quali sono le loro teorie scientifiche contrarie?

«Le nuove idee che rivoluzionano le vecchie congetture trovano sempre queste difficoltà».

Praticamente, come si può trasformare questa energia in surplus in energia elettrica? Con uno scambiatore di calore, per esempio?

«E’ prematuro esprimersi in tal senso. L’energia prodotta e’ ancora troppo esigua».

La fusione fredda che cosa comporterebbe? Energia a basso costo ed a zero impatto ambientale?

«Ogni cosa ha in una certa misura un impatto ambientale, mi piacerebbe pensare che la Fusione Fredda possa essere piu’ economica. Almeno si spera che sia cosi».

La fusione fredda produce radioattività?

«Fino ad ora, sembra che non se ne produca a un livello misurabile».

Potete spiegarci il fatto che questa reazione crea più energia di quella che serve per alimentarla? Questo non dovrebbe essere un tabù scientifico perché in violazione delle leggi della termodinamica?

«No, non si sta invalidando alcun principio termodinamico conosciuto. Se l’energia viene prodotta, vuol dire che da qualche parte si verifica una trasformazione. Allo stato attuale del nostro esperimento non sappiamo ancora dare una precisa spiegazione, ma non escludiamo che possa avere appunto un’origine di tipo nucleare, per cui, se ciò fosse dimostrato, ecco da dove viene l’energia. Oppure potrebbe anche venire da fenomeni secondari, oppure ancora… potrebbe venire dall’acqua…. occorre aspettare».

Visto che la comunità scientifica accoglie con scetticismo i risultati degli esperimenti sulla fusione fredda, come vi spiegate il fatto che molte corporations (come la Microelectronics, Pirelli Labs, EDF Electricitè de France, Energetics Inc., ENEL, ENEA, IFNF, Mitsubishi Heavy Industries, come si legge sul sito di "Progetto M.E.G.) investano milioni di dollari sulle possibili applicazioni industriali?

«Vuol dire che abbiamo ragione…e che il tempo speso su questa ricerca non è tempo perso».

Addirittura nel 1995 la Clean Energy Technologies, Inc. (CETI) ha presentato un reattore a fusione fredda da 1 kilowatt (col reattore a fusione fredda su film elettrolitico in acqua leggera). Non avete mai pensato a creare anche voi uno spin-off della vostra cella per realizzare una piccola centrale elettrica, la cui realizzazione avrebbe senz’altro un impatto politico-sociale dirompente?

«Lo stato attuale del lavoro e’ ricerca pura, non ci sentiamo quindi di concepire al momento un’applicazione brevettabile. Poiche’ lavoriamo senza alcun finanziamento e con tutte le difficolta’ che nascono per un’atttivita’ effettuata unicamente nei ritagli di tempo libero, dobbiamo solo attendere che nel futuro qualcuno ci faccia lavorare in un ambiente più organizzato».

La fusione fredda crea o potrebbe creare delle reazioni a catena, e quindi un’esplosione?

«Non saprei rispondere.. attualmente sembra proprio che questo pericolo non lo si corri affatto».

La fusione fredda potrebbe essere utilizzata per la costruzione di armi atomiche a basso costo e in che modo, secondo voi?

«Non escludiamo questa possibilità ma preferiamo non rispondere a questa domanda poiché essa è completamente lontana dai nostri ideali e dai nostri attuali obiettivi».

Avete mai chiesto dei finanziamenti o lo Stato si è mai offerto di finanziarvi?

«Fino ad ora, richieste ufficiali non ci sono state. Si e’ verificato qualche contatto con qualche politico ma non è partito nessun discorso conseguente».

Volete fare qualche appello attraverso il nostro giornale?

«Vogliamo assicurare a quanti ci leggono che siamo dei buoni cittadini, non sappiamo ancora cosa abbiamo realmente scoperto. La nostra cella è il risultato dello sviluppo di una cella giapponese realizzata dal geniale prof. Mizuno, diventato nostro amico in questi anni. A lui va il merito principale di aver acceso le nostre menti. Non sappiamo perché le trasmutazioni che misuriamo sono qualitativamente diverse da quelle rilevate da quest’ultimo. Abbiamo fede del fatto che le nostre modifiche all’apparato sperimentale abbiano contribuito a farci scoprire qualcosa di interessante. Sarebbe utile a tutti riuscire a trasformare questa attività di ricerca "rubata al nostro tempo libero" in un qualcosa di più regolare e sistematico che ci consenta di indagare con più serenità e meno sacrifici questo affascinante campo di ricerca, così fecondo di formidabili risultati».

Fonte: http://www.palamitonews.com/numero287/intervista_iorio_cirillo_1.htm